Nella sala convegni della Città dell’Altra economia, a Roma, alcuni dei più importanti leader della di Via Campesina hanno presentato giovedì mattina le analisi e le proposte della rete internazionale di movimenti contadini sulla crisi mondiale che sta colpendo i prezzi delle principali derrate alimentari. Alla conferenza stampa hanno partecipato Paul Nicholson, dell’Union de ganadores y agricultore vascos, Ibahima Coulibaly, presidente del Coordinamento nazionale delle organizzazioni del Mali e Henry Saragih, segretario internazionale di Via Campesina.
La conferenza è iniziata con l’esposizione dei dati, allarmanti, sull’andamento dei prezzi agricoli. In un anno, per esempio, è raddoppiato il prezzo del frumento, mentre quello del mais è aumentato del 50 per cento e quello del riso del 20 per cento. Questi tre alimenti assieme costituiscono la base dell’alimentazione della grande maggioranza della popolazione mondiale, soprattutto nei paesi del sud del mondo, dove gli effetti dell’aumento dei prezzi si fanno sentire con maggiore peso. E’ una crisi che non ha nulla a che fare con le crisi alimentari del passato–hanno sottolineato i leader contadini–perché nel passato l’aumento dei prezzi alimentari era legato in modo essenziale all’andamento dei raccolti: cattivi raccolti significavano scarsità di generi alimentari e quindi aumento dei prezzi. Oggi, invece, per nessuno dei tre alimenti base c’è crisi di produzione, anzi, la quantità di cereali prodotti su scala mondiale non è mai stata così alta come nel 2007. I meccanismi, quindi, che spingono verso l’alto i prezzi sono da imputare ad altri fattori dell’economia globale. L’elenco presentato da Coulibaly, Saragih e Nicholson mette sul banco degli imputati sia i cambiamenti climatici, che per esempio hanno condizionato la produzione di paesi esportatori di cereali, come l’Australia, sia, e in modo più determinante, i meccanismi del mercato agricolo internazionale. Le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio, per esempio, hanno spinto a una forte deregolamentazione dei mercati, con la conseguenza che si sono ridotte le riserve globali di cereali [che consentono, per esempio, di calmierare i prezzi in caso di impennate locali o statali]. A spingere i prezzi verso l’alto sono anche le manovre speculative delle compagnie finanziarie internazionali che in modo crescente scommettono sulla reddività finanziaria delle «commodities» agricole. Si genera una profezia che si auto-avvera: prevedendo profitti sul mercato agricolo, i fondi di investimento comprano titoli o fanno investimenti legati al mercato agricolo, e così trascinano in alto i prezzi, consentendo a chi ha già investito in quel settore di fare profitti che alimentano l’aspettativa di migliori rendimenti in futuro. Un circolo vizioso che «allontana» i prodotti agricoli sia dalla quantità di lavoro necessari per produrli, sia dalla tavola di chi non può più permettersi i nuovi prezzi. Questo meccanismo è aggravato dal fatto che il mercato internazionale dell’agrobusiness è controllato da poche grandi compagnie multinazionali, soprattutto nei settori della distribuzione e della lavorazione dei prodotti agricoli. E c’è infine la pressione dovuta alla crescita degli investimenti sul settore dei cosiddetti agro-combustibili. Una parte della produzione agricola viene orientata non all’alimentazione umana e animale ma alla produzione di energia, con due effetti negativi principali: il primo è la crescente richiesta di nuovi suoli da mettere a coltura [a scapito delle aree di foresta o comunque selvagge]; il secondo è la «distrazione» di ingenti quantità di cereali o di piante alimentari verso la produzione di energia [soprattutto il mais e il frumento]. Per superare questa crisi del mercato agricolo, i leader di Via Campesina propongono di togliere l’agricoltura dalle grinfie della Wto e di virare gli investimenti agricoli a sostegno della piccola agricoltura familiare, l’unica in grado di sfamare il mondo e proteggere l’ambiente.
su Carta del 14/02/2008
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