Il «Veltrusconi» è nelle cose, prima ancora che negli eventuali accordi programmatici. Eppure, a sinistra, si procede persino in campagna elettorale col freno a mano tirato.
Perché sta avvenendo questo? Come si spiega questo atteggiamento politico? Probabilmente occorre partire da un'evidenza di fondo: la dinamica del capitalismo non la stiamo capendo. «Moderati» contro «radicali» non funziona, ma nemmeno «neo» contro «social» liberisti.
Queste categorie hanno un loro appeal, una loro immediata spendibilità, ma non ci aiutano a capire, e possono anzi condurci fuori strada. Occorre allora evitare le semplificazioni, occorre tornare a fare quel che un tempo i comunisti sapevano fare: indagare a fondo nel capitale, nella sua meccanica, nei suoi scontri e nelle sue alleanze interne. Perché in realtà c'è proprio un'alleanza, un patto tra fratelli coltelli, tra piccoli e grandi capitali, dietro l'ambita «modernizzazione» del paese evocata quasi all'unisono da Berlusconi e da Veltroni. Ma la modernizzazione di cui lorsignori parlano è l'antitesi della modernità. Essa consisterà nella politica deflazionista di sempre, anzi, peggio: consisterà nella combinazione perversa del peggio degli ultimi anni. Si punterà infatti allo schiacciamento contemporaneo dei salari per unità di prodotto e del deficit pubblico in rapporto al reddito. Allo scopo da un lato di dare fiato a un piccolo capitale asfittico, che per la sua frammentazione regge sempre più a stento la concorrenza mondiale; e dall'altro per aprire finalmente la strada a un'ondata ulteriore di privatizzazioni, obiettivo chiave delle grandi oligarchie finanziarie. Oligarchie internazionali, beninteso, rispetto alle quali i frequentatori dei nostri vecchi salotti buoni potranno ormai limitarsi solo a fare da modesti pontieri.
E noi? Noi cosa ci accingiamo a fare? ebbene, noi che il capitalismo non lo capiamo, a quanto pare ci accomodiamo per l'oggi e per il domani a far la questua davanti alle porte di un Partito democratico che palesemente non è interessato a noi, che non ha bisogno di noi. E probabilmente cercherà di non aver bisogno nemmeno in futuro della sinistra, per quanto addomesticata questa potrà essere. Dunque la questua è davvero l'unica cosa sensata che possiamo fare?
La risposta sarebbe tristemente affermativa se avessero ragione coloro i quali, dalle nostre parti, si sono convinti che la dinamica del sistema sia in fondo robusta e stabile. Ma essi hanno torto: l'intesa tra capitali che va profilandosi è fragile.
La cosiddetta politica di «modernizzazione» non permetterà di salvare i capitali nazionali, frammentati e marginali, soffocati dalla loro insipienza, dal cambio fisso e da una produttività che strutturalmente arranca. Essi potranno magari accaparrarsi l'ulteriore depotenziamento del contratto nazionale. Potranno ricevere altre massicce iniezioni di precarizzazione del lavoro. Ma alla fine i dati ci dicono che verranno comunque o buttati fuori dal mercato oppure saranno facilmente acquisiti dai grandi capitali esteri.
Il vero volto dell'annunciata«modernizzazione» sarà dunque quello della definitiva svendita, «marginalizzazione» e «colonizzazione» capitalistica del paese. Con la revanche vaticana contro i movimenti di emancipazione sociale, culturale e sessuale del Novecento a fungere da efficace fattore di stabilizzazione sociale.
Intendiamoci, possiamo benissimo affermare che il conflitto inter-capitalistico non è affar nostro. Possiamo continuare a illuderci che si possa parlare di diritti civili senza alcun legame con la riproduzione materiale dell'esistenza. Possiamo continuare a trastullarci a mezza strada tra un fantomatico spontaneismo conflittualista e un compatibilismo che di strategico non ha più assolutamente nulla, e che presto non garantirà nemmeno la sopravvivenza ai gruppi dirigenti (spero che i gruppi dirigenti questo lo capiscano). Oppure, al contrario, possiamo tornare a interrogarci sulle questioni di fondo.
Possibile che di fronte a una prospettiva devastante e instabile come questa, noi non si provi almeno in questa fase a distanziarci per criticare, per fare chiarezza, per iniziare a delineare un'alternativa che scommetta a viso aperto sul fallimento di Veltroni, e che ci spinga quindi a crescere? Mettiamo le cose in chiaro, io mi considero comunista e amo il colore rosso, non certo l'arcobaleno. Ma la questione chiave è: possibile che al di là dei simboli il governismo senza condizioni debba rappresentare sia per l'oggi che per il domani la nostra definitiva cartina di tornasole? Se così fosse saremmo di fronte non solo a un'abiura, ma a un grave errore strategico. Il capitale italiano non è centrale ma periferico e ha quindi le sue belle crepe.
Ci si potrà tuttavia insinuare in esse soltanto presentandoci credibili all'appuntamento della prossima «emergenza». E la credibilità ci può esser data offrendo alle lavoratrici e ai lavoratori un'alternativa politica fondata su una diversa gestione del debito pubblico, al fine di riprendere il controllo statale sulle principali filiere strategiche del capitale nazionale. Occorre convincersi che questa è l'unica alternativa a una falsa «modernizzazione», con la quale vogliono in realtà predisporci a un destino da colonia, economicamente funesto e culturalmente retrogrado.
di Emiliano Brancaccio
su Il Manifesto del 16/02/2008
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